Sa Tzia non è solo un gioiello: è un pezzo di storia

da | Feb 16, 2017 | Cultura e artigianato, Notizie | 0 commenti

Sa tzia” in sardo ha un significato che va oltre la semplice traduzione letterale. Non indica semplicemente una zia, una parente, ma nei piccoli paesi indica “l’anziana“, la donna saggia, la guaritrice, quella che ha un rimedio per ogni problema.

Sa Tzia

La saggezza, nelle piccole realtà paesane sarde, veniva tramandata attraverso persone che avevano vissuto una vita lunga e piena. Persone che, come si suol dire, ne avevano viste e vissute di tutti i colori. Queste persone erano solite insegnare ciò che avevano imparato, ma non in una scuola. La loro aula era la sedia sulla quale si sedevano a prendere il fresco d’estate, di fronte all’uscio di casa loro, e per imparare bisognava solo chiedere. Loro erano ben liete di insegnare, consigliare, aiutarti nel risolvere i tuoi problemi o darti una dritta su come fare qualcosa, spingendosi anche in consigli d’amore. C’è da dire che ne parliamo al passato, ma in molti paesi sardi è ancora possibile trovare sa tzia che tutto sa e che è pronta a trasmettere a chiunque la propria saggezza.

La “medicina” dell’occhio: il malocchio

Il malocchio in sardo prende il nome di “mexina e s’ogu“, ovvero medicina dell’occhio. Non si parla di un preparato, in sardo “mexina” indica spesso il rito magico, la fattura (tradotta in sardo anche come “mazzina“) e nel caso specifico il malocchio. Il malocchio era il potere che avevano determinate persone di causare danni con lo sguardo. L’occhio era considerato capace di evocare forze negative dall’interno dell’anima. Spesso figlio di invidia,  desiderio, ammirazione per le cose o la felicità altrui, gli effetti erano sempre negativi, e potrebbero essere tradotti in italiano moderno come il “rosicamento“, ma con effetti nefasti più tangibili. C’è da precisare però che non sempre gli effetti erano voluti, e il malocchio veniva lanciato senza alcuna intenzione di far male. Nonostante questo, però, gli effetti negativi si verificavano.

Le precauzioni contro il malocchio

C’erano delle cure preventive per tenere lontano il malocchio, rappresentate dagli amuleti. Uno di questi era “su coccu” (detto anche “sa sabegia“), una pietra scura tonda (in ossidiana o onice, ma anche corallo o altre pietre rosse) incastonata nell’argento. Il motivo per cui si utilizzava una pietra scura e tonda è semplice: su coccu rappresentava il globo oculare, ma nell’accezione dell’occhio buono, quello che assorbiva i malefici dell’occhio cattivo rendendone immune chi lo portava con sé. C’è da dire che “su coccu” funzionava solo se prima di utilizzarlo veniva “abbrebau“, ovvero dovevano essere recitate “is brebus” sull’amuleto, parole (i verbi) e formule magiche che lo attivavano dandogli pieni poteri contro il male. Questi riti, di solito, erano riservati proprio a “sa tzia“, una donna anziana del paese.

Sa Tzia: l’amuleto completo

Il gioiello che noi presentiamo nella vetrina di Sa Tzia con le sue varianti, rappresenta l’unione della figura della donna saggia (che spesso coincideva in Sardegna con la donna magica, curatrice o guaritrice) e l’amuleto che lei stessa attivava contro il malocchio. Realizzato rigorosamente con l’argento, perché solo dall’unione dell’argento e della pietra scura può nascere “Su Coccu“, e di conseguenza “sa Tzia“.

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